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  14/07/2006
Gipi: la smania di raccontare
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Dall’intervista si evince che non sei un lettore abituale di fumetti. Da cosa nasce la voglia di esprimerti con questo linguaggio, anziché con un altro? - N.
La questione è che io so disegnare e so un po’ scrivere, e ho la smania di raccontare. Sul mio computer ho decine di racconti che non sono mai diventati storie a fumetti. Nell’hard disk ho più di 30 cortometraggi, storie che sono diventate filmati. Ho due film in digitale da un’ora e mezza.
Il discorso è che c’è una grande voglia di raccontare che poi prende una direzione.
A volte scrivo e penso anche in previsione del disegno, quindi scrivo meno di quanto farei se fosse solo letteratura.
La cosa buffa è che molte persone leggono i miei lavori perché non vi trovano i classici stilemi che non sopportano nei fumetti classici. Sono lettori di romanzi, lettori normali (risate) che di solito non leggono fumetti, ma leggono le mie cose perché non trovano le caratteristiche fumettistiche che disturbano loro… e anche me. Parlo
Andrea Pazienza in un disegno di Milo Manara.
di una serie di forme che al lettore non di fumetti, può bloccare la lettura. Il sopra le righe che spesso caratterizza le espressioni, per esempio. Respinge i lettori di cui parlavo prima. Io non lo uso, ci tengo a stare sempre entro un certo canone.
Penso semplicemente di aver trovato una narrazione molto vicina alla scrittura.
Spero non ci sia un grosso stacco tra la parola scritta e il disegno, sia riguardo l’estetica, sia riguardo il peso che i due elementi hanno nel racconto. Sono convinto che non si possa leggere un mio lavoro con i soli testi, senza disegni, e viceversa.
Non so molto degli altri fumetti, ma dalle mie letture giovanili ricordo che a volte i testi potevi addirittura sostituirli, se non toglierli del tutto.
Partendo da una base che non è quella dell’appassionato di fumetti, ho avuto la fortuna di essere libero da una serie di condizionamenti di stile. L’unico che mi ha condizionato fortemente è stato Pazienza. Più che una passione è stato una… malattia, che per anni, da ragazzo, mi usciva dalle mani, dalle parole.
Da lui ho imparato che… Si può fare! Come dice Gene Wilder in Frankenstein Junior (risate).
Gene Wilder nel cult Frankenstein Junior
Si può fare, capisci? Si può vedere la vita con un certo sguardo e si può raccontare.
Nella nostra realtà, nelle scene che viviamo tutti i giorni, c’è una dignità estetica sufficiente a essere messa sulla carta. Io non ho bisogno, per realizzare un racconto, di inventare panorami più sofisticati di quelli che vedo, o di creare personaggi che hanno capacità superiori a quelle di un uomo normale.
Se ci pensi, nel fumetto commerciale italiano, il personaggio non è mai tè o me; è sempre qualcuno che ha qualcosa di più.
In letteratura questo non succede: K. di Kafka ha, semmai, qualcosa di meno. A me non interessa nessuno che sia più forte del normale. Semmai mi interessa qualcuno che sia più debole del normale.
Poi per me la sfida vera sta nella valenza estetica. Per esempio: io riuscirò a rappresentare i campi della provincia pisana anche se fanno oggettivamente schifo.

È vero. Prima di sapere che erano proprio quegli ambienti, dicevo alla mia ragazza che li riconoscevo nei tuoi disegni. - B.
Ma la sai la cosa buffa? Me lo dicevano anche a Parigi. I parigini ci vedevano la provincia in cui erano cresciuti loro.

Perché la provincia è uguale dappertutto? - N.
Perché non la pulisco. Spesso faccio la prospettiva coi pali della luce. Non col cipresso. Faccio con quello che vedo. Non ho MAI levato un particolare.
Ho fatto tanto disegno dal vivo. Non uso mai le foto. Nel 90% dei casi lavoro con la memoria e se proprio ho bisogno di un riferimento particolare, mi reco sul posto. E non levo mai nulla.
Se vai a disegnare un centro commerciale, ti senti talmente scemo all’inizio… perché pensi faccia schifo. Poi invece, se hai fortuna, trovi la bellezza sui riflessi dei capannoni; nel vetro della palestra, con le persone che fanno lo step senza sentire la musica. E trovi il ritmo. Roba da ridisegnare nei distributori di benzina, nei riflessi sull’asfalto. È una fatica. Una fatica di cui sono abbastanza consapevole.
Quando facevo i pirati, l’altro giorno, ho sperimentato dopo tantissimo, l’altro mondo, quello dove si gode e basta. Però non so se ce la farei a restare lì dentro. Comunque dopo aver fatto quei pirati di getto, a rullo, ho capito che quella gioia provata nel disegnare la bandana, i cappelli rigirati, i bottoni… devo recuperarla anche nel disegnare una maglia o una camicia di oggi. Devo ritrovarla qui.
Vincino una volta mi disse che voleva fare un tipo di disegno che facesse capire alla gente, quando lui non ci sarebbe più stato, com’era l’Italia. Un documento, insomma. Io ho più o meno la stessa ambizione. Fare storie che qualcuno legga fra un po’ di tempo, magari in un altro Paese, e dica “Guarda com’erano gli italiani nel 2006” (risate).
Ma non si tratta di realizzare documentari. Si tratta di… non scappare. Prendere coscienza che il mondo probabilmente è ogni giorno un po’ più brutto, perché io ho una visione abbastanza pessimista. Ma non scappo. Non per questo vado a vivere tra gli elfi (intesi come la comunità che vive tra i monti della Garfagnana e come il popolo del Signore degli Anelli). Non mi voglio arrendere. Non voglio abdicare completamente al mondo. Non voglio trovarmi a dire “Va bene, è vero, fa cacare, non c’è un cazzo, fa tutto schifo, è dominato dagli stronzi e io me ne vado in là.
Io voglio stare qui, trovare la bellezza ugualmente.
Però… insomma… a volte vacillo pesantemente in questo mio intento (risate).

Adesso c’è un panorama molto attivo in Italia, soprattutto per quanto riguarda l’underground. Cosa ne pensi di questo sottobosco a fumetti che prende molto piede anche su internet? -B.
Per quanto mi riguarda è semplice: hai talento? La risposta è sì? Bene. La risposta è no? Levati dal cazzo. Fine, non c’è altro. È tutto lì.
Non esiste un fumetto underground: sei bravo o non sei bravo. E con bravo intendo: col tuo lavoro hai un atteggiamento di profonda onestà, di costante impegno, di miglioramento, di ricerca?
In più: devi per forza pubblicare a 20 anni?
Io la mia prima cosa l’ho pubblicata a 32. Avevo una sorella imprenditrice che da quando ho compiuto 18 anni e un giorno, non faceva altro che dirmi “Andiamo Gianni, ti presento io, fai vedere i tuoi lavori a Tizio e a Caio…”. Non ho mai voluto far vedere un cazzo a nessuno finché non mi sono guardato allo specchio e mi son detto: “Sei pronto… Forse sei pronto” (Risate).
Quando ho presentato i miei disegni non ho dovuto dire “È così, ma avrei dovuto fare…”, “Eh, non è finito perché…”, “Eh no, l’ho dovuto disegnare un po’ alla svelta perché…”.
No. Il mio lavoro è completo. Eccolo qui.

Ma all’inizio sarà capitato anche a te di fare così. - B.
Mai portato a far vedere roba a fumetti prima della Coconino. Sì, ho fatto Blue, ma sostanzialmente facevo robe per me. Le guardavo, magari ci ridevo un po’ perché erano buffe, poi le mettevo da parte. Pensavo che in giro c’era gente coi coglioni spaziali. Non c’era posto per me. Partivo da questo presupposto. Quando sono diventato grandicello, per esempio, avevo un amico, buffo, molto più giovane di me, che mi faceva vedere i suoi disegni e mi chiedeva un parere. Io li guardavo e gli dicevo di lavorarci, perché così facevano cacare.
Lui rispondeva che forse era vero, forse facevano schifo, ma se li mandava a 1000 editori, almeno uno disposto a pubblicarlo lo avrebbe trovato. Ed era vero, c’era sicuramente quell’editore. Ma non si fa così.
Tutto dipende dall’importanza che dai al tuo lavoro, dal gradino che occupa nella scala della tua vita. Questa è una cosa che non si impara e non si insegna. È una questione esistenziale. Se per te il lavoro è, non dico al primo gradino, ma comunque ai primi posti… i comportamenti vengono di conseguenza, ti muovi in maniera differente.
Io non avrei mai mandato roba mediocre in giro, sperando di trovare qualcuno disposto a pubblicarla.

Però a volte capita che te la chiedano direttamente gli editori. - B.
Va bene. Io non impongo regole agli altri. Questa è la MIA regola. Intendiamoci, dei primi disegni che ho messo fuori, un po’ mi vergogno adesso, ma un minimo di forza devi sapere di averla. Devi esserti fatto un bell’esame profondo, radicale… Si tratta ancora della stessa domanda: “Perché io sì e un altro no?

Adesso ti vergogni delle tue prime cose perché hai avuto un’evoluzione nel tratto, nello stile…? - N.
No, mi vergogno perché le ho pubblicate su Blue, dove mi si richiedeva un lato erotico che io non ho.

Ritieni che la pubblicazione di questi lavori ti abbia in qualche modo aiutato nel tuo percorso professionale? - N.
La pubblicazione ti può aiutare o danneggiare, non è un aiuto di per sé. È come una lusinga, se non è meritata è un male. Se qualcuno ti dice che sei bravo quando non lo sei, ti fa del male.
Quindi sì, da un lato può essere un bene pubblicare perché vieni visto, puoi confrontare il tuo lavoro con altri, puoi ragionare, conoscere altri autori… Ma bisogna stare attenti a che non diventi un atteggiamento “televisivo”, dove l’importanza primaria diventi “mostrarsi”.

Beh, oggi con i blog, tutti hanno trovato il modo di auto - pubblicarsi… - B.
La voglia di comunicare non è male. È la voglia di essere una stella che può essere male. Forse a quello c’è da stare un po’ più attenti. E poi siamo alle solite: se dovessi criticare qualcuno, non mi occuperei di criticare l’underground o le auto produzioni. Se devo fare a cazzotti con qualcuno, voglio fare a cazzotti con i potenti. Io sono assolutamente ben disposto verso tutta la visione underground, ma penso anche che quello è un passaggio, è un cammino per un autore.

Comunque per come stanno ora le cose, non è detto che, anche se ti senti pronto, tu abbia la possibilità di lavorare. Magari il tuo stile è completamente avulso dalla roba che pubblica un determinato editore. - B.
Ma quella è un’abilità che l’autore deve avere, io mica ho portato la mia roba da Bonelli.

Sì, ma magari l’editore che è adatto a te è in crisi e non ti pubblica. Insomma, facciamo il caso che ci sia un autore in grado di fare e

Igort

non trova spazio… - B.

Il fatto rimane comunque questo: è diritto di un editore avere una sua visione. Morte all’editore che non ha la sua visione. Io delle volte vedo dei ragazzi che portano le loro cose a far vedere a Igort e io dico “No ragazzi, cosa state facendo…”. Perché è chiaro, Igort l’ha detto centomila volte qual è la visione della Coconino, quale tipo di racconto ha in mente.

Se ne leggi 4 o 5 di volumi, te ne accorgi subito… - N.
E questo è bene.
Sul fatto di essere sicuro di te e prendere le musate, ti racconto questa: a 27 anni, più o meno, decido che la mia vita sarà in Spagna. Sicché parto, vado ad abitare a Barcellona con quella che al tempo era mia moglie. Ho fatto tante illustrazioni e penso “Adesso andrò dalle agenzie di illustrazione spagnole e mi piglieranno a lavorare”. Prendo l’elenco del telefono e me le faccio tutte, dalla prima all’ultima. Tutte le agenzie di illustratori di Barcellona.
Tutte, dalla prima all’ultima, mi danno una pedata nel culo che mi fanno ancora male le chiappe. Alla fine mi sono trovato in una strada di Barcellona, con la mia bella cartellina pagata un sacco di soldi (all’epoca pensavo fosse importante avere la cartellina elegante), e… piangevo. Era finita. Ho detto “Allora non valgo nulla”. Avevo una cosa in tasca, un depliantino che mi aveva dato l’ultima agenzia, dove mi avevano detto “Quando sai lavorare così, ritorna”.
Quel “lavorare così” era un’illustrazione di un elicottero che passava sul mare, con un motoscafo con dei tipi armati di fucili, super iper-realista.
Dopo otto mesi di Spagna, tornai a casa con le famose pive nel sacco e dissi “Va bene vita, io da oggi mi rinchiudo in casa, finché non lavoro così”, cioè come nel foglino che mi avevano dato.
Non era il mio stile, non era… la mia aspirazione. Ma era una tecnica. Mi dicono che vogliono quello, va bene, prima o poi ci arrivo. Allora mi sono chiuso in casa, per 2 anni. Alla fine ho fatto dei quadri iper-realisti a olio, che erano quadri iper-realisti a olio. Tanto che i miei amici venivano e dicevano “boia che foto”. Che non vuol dire niente, ma potevo tornare a quell’agenzia.
Il problema è che una volta arrivato lì, ho sentito una cosa strana. Ho detto "Oh, oh, ecco ho la patente da disegnatore. Ce l’ho. Con questa posso guidare tutto quello che mi pare. Mi interessa guidare questa roba?" 
Non mi interessava più.
Da quel giorno ho iniziato a de-costruire la tecnica.
Però ci sono arrivato. Come ci arrivi? Con la rinuncia del resto. Cioè, vengono gli amici e ti chiedono: “Noi andiamo lì, vieni?”, "No!"
Mi ricordo il Capodanno in cui finivo l’ultimo quadro a olio. Fuori c’erano i botti e io ero lì a dipingere. Sei scemo. Lo fai. Sei di fuori, però è così.
Con questo voglio dire che la società dei consumi e dei media ci dice che la nostra esistenza si basa sul colpo di culo e sull’incontro fortuito, e questa è una puttanata. Perché la nostra esistenza si basa sulla quantità di energie che spendi nella direzione giusta. E basta. E secondo me non c’è la scorciatoia. Non c’è. Non c’è nell’avere il disegno underground, non c’è nel trattare il tema a furbino: “Wow, adesso parlerò dei palestinesi che vengono trucidati”. No! Non c’è quella via lì. C’è solo il lavoro. E basta. Ma non è che il lavoro è una via per il successo. Il lavoro è una via per il lavoro. Cioè una via che si auto alimenta.
Adesso che sono pubblicabile in tutto il mondo e da chiunque, io non ho questo interesse. Il mio interesse è solo il lavoro: il disegno e il racconto.
Lo stare sul lavoro ti modifica, lo stare dietro alla smania di pubblicazione… alla scorciatoia di pubblicazione, t’ammazza prima o poi. Ma se ti abbandoni al mestiere, se partecipi completamente al percorso del disegnatore, se fai sì che le tue giornate diventino un filtro per guardare il mondo e rimetterlo fuori col tuo modo: coi pirati, con la fantascienza, col cazzo che ti pare, mica dev’essere realismo per forza… alla fine i frutti arrivano.

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